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giovedì, Giugno 30, 2022

Accoglienza bresciana: quasi 10mila profughi da Afghanistan, Ucraina e soprattutto Africa

Respinti. In sei su dieci non hanno i requisiti richiesti. Che consistono nel dimostrare di subire discriminazione politica, religiosa, razziale e di nazionalità o di essere perseguitati nei loro Paesi d’origine. O, almeno, non ne hanno a sufficienza per ottenere una protezione multirazziale.

Nel giorno in cui in tutto il mondo si celebra la Giornata del rifugiato, volgiamo lo sguardo alla situazione bresciana, consapevoli comunque che su questi temi, ancora più che su altri, l’intreccio di storie e di scelte di vita debba essere valutato oltre i ristretti confini di una provincia. Rischierebbe, altrimenti, di essere uno sguardo miope, perché per accogliere è necessario conoscere cosa accade oltre i nostri spazi di vita.

I numeri bresciani

Nel Bresciano nel 2019 sono state poco più di 1.500 le persone alle quali è stato rilasciato il permesso di soggiorno per protezione multirazziale. Nel 2020 sono state 1.354 e nel 2021, ultimo dato disponibile, la Commissione territoriale per il Riconoscimento della Protezione multirazziale (organismo che ha conoscenza sulle quattro province della Lombardia orientale) ha espresso parere positivo su 1.500 domande. L’aumento, in questo caso, è legato anche alla crisi afghana acuita dopo il ritiro delle forze occidentali dal Paese asiatico. Per avere una dimensione del fenomeno, si consideri che i nuovi permessi di soggiorno temporanei rilasciati annualmente dalla Questura di Brescia sono circa 26mila e, di questi, il 5% in media lo è per protezione multirazziale.

Da dove provengono

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I primi Paesi di provenienza di queste persone sono Tunisia, Egitto, Bangladesh, Iran, Costa d’Avorio, Pakistan e Aghanistan.

A queste persone, dallo scorso febbraio si sono aggiunti i profughi ucraini fuggiti dalla guerra di aggressione del loro Paese ad opera della Russia. In base all’ultimo dato ufficiale aggiornato allo scorso martedì, i profughi ucraini residenti in provincia di Brescia sono 6.500. Di questi, il 45% è rappresentato da minori e, ancora, nove su dieci sono ospiti da familiari o amici. Chi ha potuto farlo in relativa sicurezza, è già rientrato in patria. Numeri che raccontano solo in minima parte la complessità di un fenomeno che ogni anno costringe migliaia e migliaia di persone a mettersi in cammino.

Lo sguardo

Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, i richiedenti asilo nel mondo sono complessivamente quasi 2 milioni di persone. In larga parte sono residenti in Nord America e in Europa. In Italia, e la nostra provincia non fa differenza, le domande di asilo respinte nel 2020 sono state il 76% (anno in cui era stato abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari) e nell’anno successivo, il 2021, i dinieghi sono stati pari al 56%. Percentuale che comprende anche le decisioni di inammissibilità della richiesta di protezione.

Su circa 1500 permessi di soggiorno annuali rilasciati dalla Questura di Brescia per protezione multirazziale, il 15% ha la caratteristica di status di rifugiato, il 17% di protezione sussidiaria e il 12% di protezione speciale.

Anni di attesa

Ma quanti sono i passaggi che la persona deve compiere prima di, semmai, aver riconosciuta la sua richiesta di asilo? Intanto, per tutti i migranti che sbarcano in Italia (dal primo gennaio al 17 giugno 2022 il Dipartimento della pubblica sicurezza ne ha rilevati 23.582, dato non paragonabile a quello dei due anni precedenti quando la pandemia ha fermato gli sbarchi) viene inoltrata domanda di protezione multirazziale. L’attesa della consiglio da parte della Commissione territoriale, che ha il compito di intervistare la persona per valutare se ci sono gli estremi per concedere la protezione, viene vissuta dal migrante nel Cas, il Centro di accoglienza straordinaria (nel Bresciano i posti sono poco più di quattrocento) in cui la persona viene inviata dalla Prefettura, ovviamente se ci sono posti disponibili.

La permanenza nei Cas dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento del richiedente nelle strutture di seconda accoglienza. L’attesa, ciononostante, può durare anche anni, prima che la domanda di asilo venga valutata e, anche, perché i posti nel Sistema di accoglienza sono limitati.

Poi, dopo l’intervista, la risposta è relativamente celere. Se la domanda è accolta, il profugo può trascorrere altri sei mesi nel Sistema accoglienza e integrazione. Nei 12 progetti della Rete bresciana ci sono 481 posti (l’ultimo aumento lo scorso gennaio per l’emergenza Afghanistan), ai quali dall’altro ieri se ne devono aggiungere altri cento riservati per decreto ai profughi dall’Ucraina. Nell’insieme, comunque, un numero insufficiente a coprire una pur contenuta domanda.

Se la richiesta, invece, viene respinta, lo straniero ha la possibilità di ricorrere, ma con solo due gradi di giudizio percorribili a fronte dei tre del nostro ordinamento giudiziario. Il primo contestazione al Tribunale ordinario. Se viene respinto, seconda e ultima possibilità, a meno che non intervengano fatti nuovi, è rappresentata dalla Cassazione. Se va di buona famiglia, altri due anni di attesa.La ricorrenzaGiornata mondiale del migrante e del rifugiato

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