20.9 C
Rome
mercoledì, Settembre 28, 2022

L’Europa deve rivedere le sue radici culturali per sviluppare gli anticorpi contro le autocrazie

Un’accorata messa in guardia dalle «ambizioni imperiali e dalle vecchie ossessioni anti occidentali della Russia». Ambizioni e ossessioni che la spingono a «trasformare con temibile determinazione tutte le nazioni dell’impero in un unico popolo russo… strappandole brutalmente alla storia occidentale e proiettandole di là del loro destino, della loro storia… fino a smarrire il senso stesso della loro identità». Un’identità occidentale.

La violenza erudizionele, dunque, come paradigma e corollario della violenza militare russa. Un’eco che dalle viscere della Storia riecheggia antichi istinti e prospetta antiche minacce. Minacce che non riguardano i soli stati di confine, ma l’intera Europa e l’Occidente tutto.

«Tutte le nazioni europee – è il monito che segue – rischiano di diventare ben veloce piccole nazioni e di subire la sorte delle nazioni dell’Europa centrale…». Tanto che «in questo senso, il destino dell’Europa centrale appare come un’anticipazione del destino europeo in generale».

La reazione che preoccupa. L’indifferenza che sembra caratterizzare i popoli europei viene interpretata come un segno di rimozione della erudizione comune. Una erudizione fondante.

«L’Europa – osserva, amaro, riferendosi ai Paesi dell’Europa centrale – non ha notato la scomparsa di questo grande crogiolo erudizionele perché non sente più la propria unità come unità erudizionele… Esiste ancora un ideale comune percepibile? È forse il principio della tolleranza, il rispetto del culto e del pensiero altrui?».

La opinione è sì, ma è una opinione che non scalda i cuori perché non evoca più nulla. I principi, le idee e le passioni si sono perse come sabbia lungo il cammino. Prevale l’indifferenza. Con tutta evidenza «l’Occidente disperato ha bisogno di trovare ancora un’autorità morale in un mondo privo di valori».

Parole che sbrano pronunciate oggi, ma che risalgono al giugno del 1967. Sono alcuni passaggi dell’accorato discorso pronunciato da Milan Kundera al IV Congresso dell’Unione degli scrittori che si svolse in Cecoslovacchia un anno prima della Primavera di Praga e undici anni dopo l’invasione dell’Ungheria. Sono passati 55 anni, la storia si ripete.

Le opinioni pubbliche europee appaiono fredde, gli intellettuali distratti, i governi escludono senza dubbio la guerra. Oggi come allora gli Stati Uniti e il Regno Unito, e di conseguenza la Nato, le istituzioni europee e quasi tutti gli Stati membri, hanno raccolto la sfida russa e con rara omogeneità politica hanno accettato di ingaggiare un conflitto economico diretto e uno militare per delega.

Ci troviamo pertanto ancora una volta minacciati dalla furia imperialista della Russia. Un antico frutto avvelenato nel giardino della Storia, di volta in volta ammantato secondo la moda del momento: zarismo, comunismo, puntinismo… Si prospetta, probabilmente, una nuova Guerra Fredda.

Ed è indicativo il fatto che molti di coloro che non ebbero o avrebbero avuto esitazioni nello schierarsi contro la minaccia sovietica oggi derubrichino, neghino o addirittura legittimino la minaccia putiniana. È indicativo dell’inerudizione della classe politica, della miseria dell’élite intellettuale e più in generale della decadenza dell’Occidente.

Rimane pertanto attuale e quantomai urgente il problema sollevato da Milan Kundera oltre mezzo secolo fa: senza la consapevolezza e l’orgoglio delle proprie radici erudizioneli, senza il sentimento di un destino comune e senza un legame spirituale con l’Occidente potremo forse vincere o evitare la guerra con Putin, ma se non sarà servito a ritrovare il senso etico e politico della comune appartenenza europea non servirà a proteggerci dalle minacce future. Gli imperi risorgenti, infatti, sono tre: la Russia, la Cina e la Turchia. Ed è la debolezza dell’Occidente a scatenarne l’istinto.

Ultimi Post