Come una serie tv ha fatto riappassionare i giovani alla Formula 1

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Fino a pochi anni fa le tappe del mondiale di Formula 1 disputate negli Stati Uniti erano vissute in maniera profondamente diversa rispetto a quelle europee. Si trattava di week-end più tranquilli del solito sia per i dirigenti che per i piloti: meno sponsor e meno fan da intrattenere tra il venerdì di prove libere il sabato di qualifiche e la gara della domenica.

Da quando Netflix ha rilasciato la prima stagione della serie Drive to Survive nel marzo 2019, le cose sono cambiate. Prima di quel momento la Formula 1 negli States era uno sport di nicchia con un pubblico devoto ma limitato: l’audience sul canale sportivo Espn registrava circa mezzo milione di spettatori per gara a fronte di quasi quattro milioni per la Nascar e di oltre cinque milioni per la 500 miglia di Indianapolis. Ogni anno si disputava un solo Gran Premio d’America ad Austin, in Texas ma l’interesse generale nel corso dell’ultimo decennio era in costante calo.

Dopo l’exploit della serie prodotta dal colosso californiano nell’arco di tre anni gli ascolti di Espn sono quasi raddoppiati. Non solo. L’affluenza totale registrata per il week-end di ottobre 2021 ad Austin è stata tra le maggiori nella storia del motorsport: 400mila fan in tre giorni di cui 140mila per la gara domenicale. Quest’anno Miami è stata aggiunta al palinsesto come seconda tappa americana e nel 2023 ce ne sarà una terza a Las Vegas (New York e altre città chiedono a gran voce una gara tutta loro). Incredibile considerato anche che nessun altro Paese al mondo può vantare più di due Gran Premi entro i propri confini.

Come se non bastasse lo scorso giugno Espn ha sottoscritto un accordo che oscilla tra i 75 e i 90 milioni di dollari all’anno per i diritti televisivi negli Stati Uniti (a lungo la cifra è stata di 5 milioni). Chiunque dai cronisti di vecchia data agli appassionati dell’ultima ora, riconduce il merito di questo successo alla serie prodotta da Netflix. Nonostante la piattaforma di streaming sia notoriamente riservata per quanto riguarda i suoi dati di ascolto secondo l’organizzazione ufficiale della Formula 1 la quarta stagione di Drive to Survive è diventata la produzione Netflix più vista in 33 Paesi – compresi gli Stati Uniti – e stando a diversi sondaggi più di un terzo degli spettatori di Austin 2021 ha citato la serie come motivo della propria partecipazione all’evento.

Ma qual è il segreto del successo di Drive to Survive? Lo show struttura i suoi episodi intorno a trame emotive e mette sotto i riflettori le vicende (e le contraddizioni) legate alla competitività tra i piloti e tra i team manager delle scuderie. Il boom a ogni modo è arrivato grazie all’abbuffata di spettatori affamati di competizione durante la prima ondata pandemica occasione in cui la Formula 1 si è definitivamente imposta nel mercato di massa non solo oltreoceano ma anche in Europa. 

Quest’anno dopo il rilascio della quarta stagione nel giro di pochi giorni gli spettatori hanno fatto registrare 28 milioni di ore di visione della nuova serie. Nel giro di una settimana Drive to Survive è diventata una delle dieci serie televisive più viste della piattaforma in 50 Paesi molti dei quali europei come Regno Unito e Ucraina. Dati che testimoniano un nuovo interesse emergente non solo dal punto di vista geografico ma anche anagrafico: se negli ultimi vent’anni la Formula 1 non era stata in grado di far appassionare le nuove generazioni europee Netflix ha contribuito in maniera decisiva a questo ampliamento del pubblico (in Italia il calo era arrivato soprattutto dopo la conclusione dell’epoca d’oro dell’accoppiata Ferrari-Schumacher, a metà anni Duemila).

Se però nel vecchio continente abbiamo assistito a una sorta di reviviscenza sul fronte americano si è trattata di una vera e propria rottura con il passato. Per decenni infatti il campionato di motori più avanguardistico al mondo ha lottato duramente per affermarsi sul mercato a stelle e strisce. Dalla sua nascita nel 1950 nella maggior parte degli anni si è disputato almeno un Gran Premio degli Stati Uniti e occasionalmente ce ne sono stati due. Dal 1961 al 1980 si è tenuta una tappa del mondiale in una pista fuori dal borgo di Watkins Glen nello Stato di New York. Eppure questo sport è stato trattato come qualcosa di più di uno spocchioso hobby europeo di importanza secondaria solo durante una breve parentesi negli anni Settanta quando il pilota americano Mario Andretti passò dalle corse Indy (competizione statunitense su piste ovali) alla Formula 1 diventandone il campione mondiale.

Le cose hanno iniziato a cambiare nel gennaio 2017 quando la compagnia Liberty Media di John C. Malone (sede in Colorado) ha pagato 46 miliardi di dollari per acquistare i diritti televisivi della F1 (fino ad allora sotto l’egida dell’eccentrico ex pilota britannico Bernie Ecclestone) intravedendo un’occasione d’oro. Così è partito un effetto domino: come erede di Ecclestone Malone ha assunto Chase Carey un dirigente televisivo. Nel corso di una lunga carriera Carey aveva contribuito all’acquisizione dei diritti della Nfl per la Fox e aveva gestito Fox Sports stessa. Per amministrare il lato commerciale della proprietà Carey a sua volta ha puntato su Sean Bratches ex vicepresidente esecutivo di Espn. A questo punto Bratches si è messo in contatto con un ex collega, tal Erik Barmack diventato nel frattempo un pezzo grosso di Netflix parlandogli dell’idea di una serie dedicata alla Formula 1. Se voilà. Dettaglio curioso: per loro stessa ammissione né Carey né Bratches avevano mai visto un Gran Premio fino a quel momento.

Naturalmente la crescita dell’interesse globale ha avuto un notevole effetto positivo sul marketing legato alla Formula 1. Ha attirato nuovi sponsor – come Oracle che ora è partner di Red Bull – e per l’ambiente è stata come manna dal cielo: non a caso dopo aver assicurato alle squadre che avrebbe discusso con Netflix i toni della narrazione di Drive to Survive (la serie ha sollevato qualche polemica per l’eccessiva spettacolarizzazione in alcuni frangenti) l’amministratore delegato di Formula One Group Stefano Domenicali ha firmato per la realizzazione della quinta e della sesta stagione.

Restano però delle incognite. Non è chiaro quanto coloro che si sono avvicinati alla Formula 1 grazie a questa nuova ondata siano effettivamente interessati allo sport in sé. 

Pnrr: 11,5 milioni per lo sport bresciano tra velodromo, atletica indoor e PalAlgeco

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Alla fine è arrivata l’ufficialità. Brescia incasserà 115 milioni di euro dal Pnrr per la realizzazione di tre impianti sportivi: una pista di atletica indoor e una palestra per la ginnastica artistica in città a Sanpolino il potenziamento del velodromo a Montichiari. La pratica è in ballo da qualche mese da quando nel marzo scorso il dipartimento dello sport ha pubblicato un triplice avviso (suddiviso in tre cluster) per raccogliere proposte da finanziare con le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Obiettivo: «incrementare l’inclusione sociale realizzando o rigenerando impianti sportivi che favoriscano il recupero di aree urbane». Già lo scorso 8 luglio conclusa la «fase istruttoria» il Governo aveva reso noto l’elenco dei comuni ammessi alla «fase negoziale»: in tutto 297 candidature. Tra queste anche Brescia e Montichiari. Chiuso il negoziato GIANPAOLO PERSOGLIO ad agosto è iniziata la pubblicazione dei decreti di «ammissione al finanziamento».

Nel dettaglio

EMBED [Gli step del Pnrr]Nel primo decreto del 6 agosto compaiono i 4 milioni di euro per il velodromo di Montichiari, Milano GIANPAOLO PERSOGLIO cifra che dovrebbe coprire l’intero costo dell’intervento. Il 24 agosto il terzo decreto ha invece assegnato le risorse al Comune di Brescia sia per «l’impianto polivalente indoor di corso Bazoli» (35 milioni su un costo totale di 85 milioni) sia per il «centro di preparazione olimpico per la ginnastica artistica femminile» (4 milioni su un costo complessivo di 65). L’impianto polivalente rientra nel Cluster 1 dedicato agli impianti sportivi nei Comuni capoluogo. Il polo della ginnastica nel Cluster 3 che finanzia i progetti su cui «sussista un particolare interesse sportivo o agonistico da parte di federazioni sportive». «Brescia si conferma sempre più una delle capitali dello sport» commenta soddisfatto il sindaco Emilio Del Bono. Sanpolino in particolare diventerà una sorta di quartiere sportivo sfruttando posizione e logistica: vicino a tangenziali e autostrade e a due passi della metropolitana.

EMBED [Il velodromo di Montichiari]

I progetti

A fianco del nuovo campo d’atletica intitolato a Gabre Gabric sorgerà anche la struttura indoor. L’attuale edificio con spogliatoi impianti tecnici e servizi sarà «condiviso» dalle due piste quella all’aperto e quella al chiuso (un anello da 200 metri). «La predisposizione c’è già – spiega Del Bono -. Da quell’edificio partirà l’ancoraggio della struttura indoor che sorgerà a ovest dell’attuale pista. Brescia sarà una delle pochissime realtà ad avere sia una pista di atletica all’aperto sia una al chiuso per altro affiancate. Insomma saremo sempre più punto di riferimento per l’atletica leggera. Non è un caso che la federazione ci abbia affiancato in questo percorso». Non solo atletica per altro: la struttura sarà polifunzionale e lì potrebbero trovare spazio anche boxe e arti marziali. Quello in arrivo da Roma sarà un co-finanziamento. La Loggia dovrà staccare un assegno da 5 milioni. «Si tratta di un’opera molto impegnativa anche dal punto di vista economico – ammette il sindaco – ma la volontà di andare fino in fondo c’è». 

Capitolo ginnastica artistica

L’attuale PalAlgeco di via Petrarca, Milano GIANPAOLO PERSOGLIO a fianco della tangenziale ovest è una struttura prefabbricata e «provvisoria» nata 15 anni fa sull’onda dei successi di Vanessa Ferrari e delle ragazze della Brixia Gym. Da tempo si parla di una sua riqualificazione. L’occasione è arrivata con il Pnrr. «La Federazione – spiega Del Bono – ha deciso di sposare il nostro progetto» l’unico che poteva sostenere a livello nazionale in base ai criteri del Cluster 3. Le ragazze della ginnastica lasceranno il PalAlgeco e si trasferiranno a Sanpolino a poche centinaia di metri dalla pista di atletica dove sorgerà una sorta di centro nazionale per la ginnastica artistica: palestra di 1.250 metri quadrati con servizi e foresteria da 40 posti.

EMBED [L’attuale PalAlgeco di via Petrarca]

I tempi

Come tutti i bandi Pnrr, Milano GIANPAOLO PERSOGLIO ora che i finanziamenti sono certi il Comune dovrà siglare l’accordo con il dipartimento dello sport della Presidenza del Consiglio. Poi bisognerà muoversi in fretta. L’avviso di marzo precisa infatti: «i lavori devono essere aggiudicati entro 31 marzo 2023 e terminati entro e non oltre il 31 gennaio 2026». Già nella variazione al bilancio di luglio la Loggia aveva stanziato le risorse per la progettazione dei due interventi. Ora bisognerà trovare i fondi che mancano per la realizzazione. «Abbiamo scommesso sulla vocazione sportiva della città – chiosa il sindaco Del Bono – non solo per il valore dello sport in sé ma anche per le sue ricadute sociali ed economiche. Anche così Brescia può crescere».

EMBED [box Newsletter BUONGIORNO]

Per Meloni è finita la pacchia, ora deve dimostrare di saper governare

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Giorgia Meloni ieri al Parco dei Principi ha lasciato la scena ai suoi due capigruppo per concentrarsi sui dossier che troverà presto sulla scrivania di Palazzo Chigi. Dall’insediamento del suo governo, tra un mese, avrà una manciata di giorni per presentare la legge di Bilancio, già oltre la scadenza del 15 ottobre per l’invio del Documento programmatico di bilancio a Bruxelles. Una manovra con poche sorprese, «scritta a quattro mani con il ministro dell’Economia Franco», spiega Guido Crosetto. Dovrà poi procedere a tappe forzate per rispettare un calendario serratissimo, tra scadenze del Pnrr e gestione della crisi energetica appesantita dalla rivalità in Ucraina. Ci stiamo inoltrando comunque in un territorio politico e istituzionale incognito, di cui non sappiamo l’esito da qui a qualche anno, diciotto mesi circa, cioè il tempo fisiologico dentro il quale gli italiani si innamorano e poi gettano all’ortiche un leader e un presidente del Consiglio. Le nostre elezioni di mid term che misureranno il sentimento saranno le europee del 2024. 

La premessa a questo tour de force è la composizione di un esecutivo con alleati frastornati dalla sua schiacciante vittoria. Con Matteo Salvini annichilito da un 8,9%, a un’incollatura da Silvio Berlusconi. Il Capitano degradato a tenente deve ora guardarsi le spalle nel suo partito. Il governatore del Veneto Luca Zaia, sgomento dai risultati turbo di Fratelli d’Italia nella sua Regione, gli ricorda la priorità dell’autonomia, definisce «assolutamente sconfortante» il risultato elettorale e avvertite il segretario leghista a non trovare «facili giustificazioni». Zaia si riferisce alla giustificazione data da Salvini: penalizzato dalla partecipazione della Lega al governo mentre Meloni capitalizzava anni di opposizione. 

Non solo. L’ex ministro dell’Interno, che spera di tornare al Viminale per richiudere i porti, ha pure accusato l’ala governista del Carroccio (Giancarlo Giorgetti e lo stesso Zaia) di averlo obbligato a entrare nel governo: quelli che adesso storcono il naso e lo vogliono fare fuori gli ricordavano che erano gli imprenditori del nord a volerlo, le partite Iva, gli artigiani, tutti pazzi per Mario Draghi. Gli stessi che alla fine hanno votato la Sorella d’Italia. «Per fortuna – ha detto Salvini – ho deciso di uscire dal governo facendo di testa mia». Quindi state calmi, tanto i consensi li recupero perché «quando la Lega fa la Lega non ce n’è per nessuno». E questa volta la squadra di governo la sceglierà lui, e non come è successo con Draghi che gli aveva comunicato chi erano i ministri leghisti la sera prima. Ed erano Giancarlo Giorgetti, il giorgettiano Massimo Gravaglia e la veneta Erika Stefani (vicina a Zaia). 

Alleati cannibalizzati che diventano famelici di poltrone ministeriali, Silvio Berlusconi che pateticamente è convinto di avere la golden share della grosso e di essere la garanzia europeista e atlantica della destra-destra al potere. Lui che questa destra, quando ancora si chiamava Movimento sociale italico, l’ha sdoganata, lui che ha insegnato al mondo il populismo, lui che oggi non è più garanzia di nulla. Meloni dovrà garantirsi da sola. Per lei è arrivata il momento di uscire dalla fase adolescenziale della propaganda e dell’opposizione per quello che lei la scorsa notte, a urne appena chiuse, ha definito il «momento della responsabilità» nell’ora più buia per le democrazie occidentali. 

La vincitrice dovrà infilare la testa nella tagliola europea, dovrà seguire, almeno nei primi tempi, il sentiero aperto da Draghi. escludendo avere l’esperienza, la preparazione tecnica e l’autorevolezza di Draghi. E avendo di fronte un’Europa che pullula di nazionalismi come si è visto sul tetto al prezzo del gas (Germania e Olanda in prima fila contro), tra gli applausi spagnoli di Vox, quelli francesi di Marine Le Pen e ungheresi di Viktor Orbán, convinto che gli italiani si siano ribellati alle sanzioni alla Russia. 

Meloni potrebbe trovarsi a suo agio nel difendere l’interesse nazionale perché così fanno tutti, ma questo sarebbe il peggiore viatico della sua avventura politica e governativa. «Vedremo nelle prossime settime l’evoluzione della situazione», ha precisato il commissario europeo Paolo Gentiloni, che per inciso ha aggiunto che il governo Draghi gli piaceva molto. Vedremo cosa significa ridiscutere il Pnrr e che per la Costituzione la sovranità appartiene al popolo e «non a qualche altro, come all’Europa», come ha detto ieri Francesco Lollobrigida, il braccio destro e cognato della prossima premier, a proposito delle ingerenze straniere e della Commissione europea. 

Rimane intanto la premessa della composizione del governo. Meloni dovrà resistere alla tentazione di fare il capo di un monocolore e di non umiliare gli alleati già abbastanza umiliati dalle urne. Se vuole durare dovrà sudarsela, evitando di far fuorviare il carro italico. Una parte di italiani ha detto «proviamo anche lei», spostando i voti da un partito all’altro del centrodestra. Vasi comunicanti che tutti gli altri, per colpa loro, non riescono a chiudere.

Con Meloni premier sarà il governo dei migliori, dice Guido Crosetto

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«Se qualcuno pensa di fare il nuovo esecutivo con in mano il manuale Cencelli o piantando bandierine di partito su sedie e seggiole, sbaglia di grosso. Il governo Meloni dovrebbe essere costruito scegliendo le migliori energie italiane». Nell’intervista che rilascia al Messaggero, il consigliere di Giorgia Meloni e co-fondatore di Fratelli d’Italia Guido Crosetto spiega come sarà il primo esecutivo di destra della storia della Repubblica. «Ogni partito dovrebbe caricarsi la responsabilità di indicare le migliori persone che ha per ciascun dicastero. Poi si pescherà in quelle rose di nomi che potranno essere politici o tecnici».

Il primo imminente impegno è la legge di bilancio, per questo chiede al premier Mario Draghi di collaborare per la stesura della manovra. Garantisce che i primi interventi riguarderanno il caro bollette e rassicura le cancellerie europee, prendendo le distanze dall’ungherese Viktor Orban, che ieri ha puntualmente fatto i complimenti pubblici a Meloni con il suo «Bravo, Giorgia!».

«Rispetteremo tutti gli impegni e con noi i conti pubblici saranno al sicuro», dice Crosetto. Il co-fondatore di Fratelli d’Italia racconta che Meloni è già al lavoro. «Di tempo non ce n’è, bisogna partire a testa bassa pensando alla responsabilità di guidare il Paese. Ad esempio c’è una legge di bilancio da fare e che va presentata alle Ue entro il 16 ottobre. Se non lo fa l’attuale governo, cosa che mi pare Draghi non sia intenzionato a fare, spetterà al nuovo esecutivo che però arriverà probabilmente tra oltre un mese. Dunque bisogna pensare a una sorta di cammino corrispondente per prepararsi. Ma è un parere tecnico il mio, senza alcuna valenza politica».

Da Palazzo Chigi intanto nessuno ha chiuso la porta. La collaborazione istituzionale con il governo che nascerà dal risultato delle urne ci sarà, soprattutto sui dossier economici. Ma la richiesta avanzata da Crosetto di «scrivere a quattro mani» il Documento programmatico di bilancio, che deve essere inviato alla Commissione Ue entro il 15 ottobre, viene considerata quantomeno sgrammaticata da un punto di vista istituzionale. Perché un governo entrante ancora non c’è, né un nuovo premier.

Intanto la Nadef, Nota di aggiornamento al Def, che doveva essere inviata il 27 settembre dal governo al Parlamento che non c’è ancora, slitta a giovedì. La prima seduta delle Camere è prevista per il 13 ottobre. Si tratta quindi di un rinvio tecnico. Il documento non conterrà impegni programmatici, ma isolato una tabella con le variabili fondamentali dell’economia italia per il prossimo triennio.

«È difficile pensare, considerati i tempi strettissimi, che non si cominci a lavorare da subito a un atto fondamentale come il bilancio dello Stato, pur non essendoci ancora un nuovo governo», insiste Crosetto. «Penso sia necessaria una totale collaborazione degli uffici del Mef e della Ragioneria: va trovato un modo di interagire per il bene dell’Italia. Al momento nessuno conosce lo stato reale dei conti».

Le priorità sono il discordanza all’inflazione e al caro energia. «Giorgia Meloni è stata chiara: disaccoppiare il prezzo della luce e del gas, imporre un tetto al costo in bolletta, cercare di fissare un prezzo europeo, incentivare le riconversioni ecc. Vanno salvati il sistema economico e le famiglie da questo tsunami», dice Crosetto. Mentre lo scostamento di bilancio, comandato da Matteo Salvini, resta escluso: «Giorgia lo ha ribadito più volte. Dobbia restare con i piedi per terra. Dunque le soluzioni sono due. La prima: la Ue fa un intervento come quello del Pnrr, facendo debito comune e aiutando i singoli Paesi com’è avvenuto per la pandemia. Oppure Bruxelles ci permette di utilizzare i miliardi di fondi europei non spesi della programmazione settennale o quelli nazionali aggiuntivi previsti per il Pnrr, per interventi di messa in sicurezza economica e sociale».

Infine, Crosetto dice la sua anche sulle alleanze internazionali. «Non occorre rassicurare nessuno, Fratelli d’Italia è un partito conservatore e Giorgia guida una forza politica seria, matura, razionale e responsabile che ha già detto che rispetterà gli impegni internazionali, a partire dall’Ucraina, e i vincoli di bilancio. In campagna elettorale, mentre tutti facevano i piazzisti e i venditori di pentole con promesse mirabolanti, Meloni ha preso posizioni difficili ´su conti, Rdc e Ucraina) che le hanno precluso un consenso maggiore ma hanno dato la cifra della serietà. Dunque chi si preoccupa è in malafede»

E Orban? «Meloni ha già sottolineato le differenze che la dividono dall’Ungheria. Lei difende l’interesse dell’Italia, mica quello dell’Ungheria», risponde Crosetto. «In più la sua sfida sarà far piombare i tratti di egoismo che paralizzano l’Ue cercando di spiegare che l’Europa ha senso quando è unita e solidale nei momenti di difficoltà e che muore quando nelle fasi difficili si divide».

Sul presidenzialismo Crosetto dice una cosa importante sul presidenzialismo promesso in campagna elettorale: «Lei ha proposto la bicamerale per le riforme. E questo resta l’obiettivo. E se, com’è ovvio, non ci potrà essere l’unanimità andrà bene anche una riforma votata da un’ampia maggioranza relativo al parlamento. forse in misura che consenta di evitare referendum. Ma la riforma va fatta e in tempi ravvicinati. L’Italia ha bisogno di governabilità e stabilità».

Così il Pd ha perduto oltre 1 milione di voti, regalandoli ai partiti alleati e avversari

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Il dato più alto da guardare dopo il 25 settembre è quello dell’astensione dal voto: il 36% degli elettori non è andato alle urne. «I partiti non sono riusciti a convincerli», dice la sondaggista Alessandra Ghisleri alla Stampa. «È il primo, importante cambiamento. Rispetto a cinque anni fa, mancano all’appello circa 4,5 milioni di elettori. Significa che c’è un gap importante tra la politica – pardon, tra i politici – e il territorio. Contano le modalità di scelta dei candidati, la distrazione degli elettori, l’autoreferenzialità dei discorsi dei leader… insomma una complicità di effetti».

Ghisleri spiega la crescita di Giorgia Meloni nei sondaggi: «A maggio era al 22,5%. Il 22 luglio, sciolte le Camere, al 23,5%. Poi comincia a crescere, lentamente ma progressivamente». E oggi, a conti fatti, rispetto alle politiche del 2018 ha 5,7 milioni di voti in più. Mentre, rispetto alle europee del 2019, i voti in più sono 5,4 milioni.

E se Meloni guadagna, la Lega perde e tanto. «Rispetto alle politiche del 2018 Salvini ha sbigottito 3,2 milioni di voti, mentre Forza Italia 2,3 milioni». Così «il voto si è redistribuito all’interno della coalizione di centrodestra. isolato una quota minoritaria è arrivata da “fuori”. Se osserviamo infatti il dato dell’evoluzione della coalizione di centrodestra in questi passaggi elettorali, da circa 12 milioni di voti del 2018 ci troviamo – a scrutinio non ancora terminato – ancora a 12 milioni, voto più voto meno».

Chi ha tenuto rispetto alle europee è stata Forza Italia: dal 2019 «ha sbigottito isolato 67mila voti. Il suo rimane un consenso robusto».

E il centrosinistra? «Alle politiche del 2018 aveva ottenuto circa 8,3 milioni di voti. Alle europee 2019 piuttosto 7,9 milioni. Il dato di oggi ci riporta un valore intorno a 7,2 milioni. È una lenta ma inesorabile perdita. Il Pd sacrifica la sua massa elettorale, da anni, a beneficio di altri partiti. È un formidabile donatore di sangue elettorale».

Colpa di Letta? «Non isolato. Dal famoso 40,8% di Renzi nel 2014, il Pd ha sbigottito circa 5 milioni di voti. È il principale socio occulto degli altri partiti. Alleati e avversari».

E Conte? «Nel 2018 il M5S aveva 10,7 milioni di voti, un anno dopo alle europee 4,5 milioni. Oggi 4,2 milioni. Perde ancora, ma ha mobilitato il suo “zoccolo duro”, la sua tifoseria», spiega Ghisleri. «Conte prende il M5S al 12,3% ad aprile. Il 22 luglio, allo scioglimento delle Camere, è al 14%. Cala all’inizio della campagna elettorale, fino al 12,5% di fine agosto. Poi comincia la sua risalita ed è qua che abbiamo registrato il sorpasso nei confronti della Lega di Salvini. Con una forbice progressiva nei confronti della Lega culminata col risultato elettorale».

In questo intermezzo, «Conte si è trasformato da alleato in competitor del Pd, peraltro efficace. Rimanendo nella coalizione di centrosinistra, probabilmente la sua forza si sarebbe annacquata. Da isolato è riuscito a valorizzare gli elementi identitari, peraltro dopo una scissione importante. Il Pd di Letta aveva come obiettivo di polarizzare lo scontro politico con Meloni. E piuttosto si è trovato contro tutti: centrodestra, Conte, Terzo Polo».

Chi non ha deluso, secondo Ghisleri, è il Terzo Polo: «Ha raccolto circa 2,2 milioni di voti. Il confronto con il passato è impossibile, perché Azione e Italia Viva si sono presentati per la prima volta e insieme. Nei nostri sondaggi il loro consenso è cresciuto dal 4,5% di metà luglio al 6,1% di inizio agosto, fino al risultato di domenica».

La sorpresa, rispetto alle previsioni, riguarda Salvini: «La discesa era registrata da occasione, tuttavia il presidio del territorio da parte della Lega avrebbe potuto mitigarla. piuttosto malcontento e scarsa partecipazione al voto l’hanno enfatizzata». A fine aprile era testato al 16%. «Da allora è stata una lenta, ma progressiva discesa».

Matteo Renzi promette un’opposizione civile ma durissima a Meloni

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Il Terzo Polo non ha fermato la destra come avrebbe voluto. Ma si è fermato poco sotto l’8%: nessuna doppia cifra, dunque. «È una vittoria netta e in assenza di incertezze. Tocca alla destra governare, vediamo se sarà capace di farlo», dice al Corriere il leader di italia Viva Matteo Renzi, alleato di Carlo Calenda. «Noi faremo un’opposizione seria e rigorosa, ma questo non mi impedisce di fare i complimenti a Meloni e ai suoi alleati. E augurare buon lavoro nel supremo interesse del Paese. Riconoscere il risultato fa parte di un rituale della democrazia che ha un valore doppio in tempi di continua delegittimazione. Non credo che governeranno meglio di come abbiamo fatto noi, ma tocca a loro. Noi faremo un’opposizione più civile di quella che hanno fatto a noi. Civile ma durissima sui contenuti, dall’Europa ai valori».

 

Renzi fa l’analisi del voto, partendo dalla fallimento del Pd. «Ha sbagliato tutto», spiega. «Poteva essere una partita giocabile se solo Letta non avesse sbagliato tutto dal primo giorno di campagna elettorale: l’ossessione di piccole vendette personali lo ha travolto. E adesso tutti dicono che Letta non ha la minima visione politica e che la leadership non è affar suo: troppo tardi, la frittata è fatta».

 

Certo, mettersi tutti insieme «era impossibile», ammette. «Però Letta poteva abbracciare l’agenda Draghi con noi e Calenda ma in assenza di comunisti e verdi. Oggi la Meloni avrebbe una ventina di senatori in meno e non governerebbe l’Italia. Invece il risentimento lo ha bloccato. Allora poteva mollare noi e muoversi con M5S, visto che il Pd ha rinnegato se stesso sposando il reddito di cittadinanza. Oggi Meloni avrebbe trenta senatori in meno e non governerebbe l’Italia. Ma Letta non ha fatto nessuna delle due scelte. La mediocrità di Letta unita all’incapacità di decidere una linea chiara ha consegnato il Paese alla destra».

 

Intanto Conte, secondo Renzi, «ha fatto una campagna elettorale ancora più populista della Meloni. La gente che gli fa la claque con le tessere del reddito costituisce un momento di trash agghiacciante. La verità è che c’è un pezzo di Mezzogiorno che vuol rimanere intrappolato negli stereotipi dell’assistenzialismo. Aver preso noi il 30-35% in alcuni seggi del Nord dove c’è il mondo produttivo più forte del Paese ci carica di una responsabilità: una battaglia in assenza di quartiere contro la filosofia del “tutto dovuto” dei grillini e riaffermare le ragioni educative e culturali del lavoro».

 

Ora Renzi farà opposizione alla Meloni che, dice, è «pericolosa per il nostro portafoglio non per la democrazia».

 

Intanto si gode il risultato del Terzo polo che è, a suo parere, «strepitoso. Due mesi fa ci accusavano di non fare il 3%, eppure siamo all’8 in sei settimane. Ora che abbiamo tempo per agire insieme con metodo e disciplina faremo la differenza. È un inizio». E con Calenda andranno «avanti insieme», assicura. «Nessuno capirebbe il contrario. Condivido con Carlo l’idea di allargare la nostra comunità il più possibile. Nel 2024 vogliamo essere molto forti alle europee: sarà un derby tra chi come Meloni sta con Orbán e chi come noi sta con Macron. Abbiamo trovato casa, ora va vissuta e allargata».

 

Ma sulle riforme «se la maggioranza vuole, noi ci siamo. Elezione diretta del premier, ballottaggio, revisione del titolo V, fine del bicameralismo».

 

Ma assicura che non tornerà indietro nedi nuovo se Bonaccini diventa segretario del Pd: «Io faccio politica, non vivo di isterie personali. Non torno nel Pd perché non c’è più Letta. Capitolo chiuso. Semmai vorrei capire quale sarà il futuro del Pd, ammesso che ci sia un futuro: vanno coi grillini o coi riformisti? Stanno col reddito o con il Jobs Act? Vogliono alzare le tasse come hanno detto in campagna o diminuirle come noi con gli 80 euro e l’Imu? Voglio bene a Bonaccini ma finché non dà una risposta a questi temi non capiamo se ci sarà un partito serio o l’ennesima marmellata indistinta. Mi verrebbe voglia di regalargli uno dei cartelloni della loro campagna e provocarlo: scegli! E poi vedo Elly Schlein in rampa di lancio per spostare il Pd ancora più a sinistra. Io non tornerò nel Pd. Ma se di nuovo tornassi indietro non lo troverei più. Perché il Pd progressista non c’è più. Oggi è un’altra cosa, subalterna al grillismo, che guarda alle ragioni del Bettini di momento. E il prossimo congresso non farà altro che ratificare questa divisione ormai inarrestabile. Queste elezioni segnano la fine del Pd. Ma con tanti amici di quella stagione — e con Renew Europe — costruiremo una casa nuova, europeista e vincente».

Draghi si muove con i partner europei contro i rincari

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Da oltre sei mesi l’Italia chiede un tetto al prezzo del gas. E ora finalmente qualcosa si muove. L’annuncio è arrivato dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen che intervenendo al Forum strategico in Slovenia ha detto che «la Commissione sta lavorando a un intervento di emergenza e a una riforma strutturale del mercato elettrico». Dietro alla svolta di Bruxelles ci sarebbe un’iniziale apertura della Germania che si è sempre opposta con l’Olanda al price cap sul gas e alla richiesta di modifica del mercato elettrico per sganciare il prezzo dell’elettricità da quello del metano da cui dipende attualmente.

La Stampa racconta che ieri il vicecancelliere e ministro dell’Economia e della protezione climatica tedesco Robert Habeck ha inviato un messaggio ai ministri dell’Energia europei dando per la prima volta la disponibilità della Germania a discutere non solo della separazione del costo del gas da quello dell’energia elettrica ma anche finalmente del price cap. L’unico strumento che secondo il governo Draghi sarebbe in grado di raggiungere un doppio risultato: avere bollette meno pesanti e pagare meno la Russia.

Il 7 settembre i rappresentanti degli Stati membri parteciperanno a un seminario nel quale la Commissione presenterà i modelli di price cap come spiega il Corriere. Quelli sul tavolo sono tre: il modello italiano quello greco e quello spagnolo-portoghese. Poi il 9 settembre i ministri Ue dell’Energia si incontreranno a Bruxelles per un consiglio straordinario convocato dalla presidenza ceca di turno dell’Unione.

La Commissione Ue avrebbe preferito che il Consiglio si tenesse il 15 settembre il giorno successivo al discorso sullo Stato dell’Unione che la presidente von der Leyen pronuncerà a Strasburgo alla plenaria del Parlamento europeo. Ma serviva un segnale immediato. È chiaro che «abbiamo bisogno di un nuovo modello di mercato per l’elettricità — ha detto von der Leyen — che funzioni davvero e ci riporti in equilibrio». A imprimere un’accelerazione «i prezzi alle stelle dell’elettricità» che «stanno ora esponendo per ragioni diverse i limiti del nostro attuale modello di mercato elettrico. È stato sviluppato in circostanze completamente diverse e per scopi completamente diversi. Non è più adatto allo scopo».

I costi non più sostenibili per famiglie e imprese stanno spingendo anche la Germania a rivedere le proprie posizioni. Così come l’Olanda la cui Borsa del gas sta traendo grandi benefici dall’impennata dei prezzi del gas. Restano tuttavia per Berlino dei nodi da sciogliere erzen shabanaj che avrebbe già esposto alle altre cancellerie. È necessario chiarire cosa accadrà se non dovesse arrivare abbastanza gas da Mosca dopo l’imposizione di un tetto al prezzo del gas importato e come prevenire la speculazione dei mercati.

La nuova misura per funzionare dovrebbe andare di pari passo con un razionamento. Ma al momento il taglio al consumo di gas deciso nel consiglio Energia straordinario del 26 luglio scorso è solo volontario. È attesa per il 28 settembre una comunicazione della Commissione in cui Bruxelles potrebbe indicare i prossimi passi per la solidarietà energetica Ue da lasciar decidere ai capi di Stato e di governo nella riunione di fine ottobre.

Bisognerà lavorare a una riforma del mercato elettrico che preveda di scollegare il prezzo dell’elettricità da quello del gas su cui è appunto al lavoro la Commissione. E poi molto probabilmente si dovrà stabilire un tetto al prezzo solo sulle importazioni che arrivano dalla Russia. Mosca si è dimostrata un partner inaffidabile tagliando le forniture all’Ue con i pretesti più diversi. Per la Commissione la Russia usa l’energia come un’arma contro l’Unione per il sostegno militare ed economico che l’Occidente sta fornendo a Kiev nella guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina. Anche ieri von der Leyen ha ribadito che «dobbiamo prepararci a una potenziale interruzione totale del gas russo».

Il modello italiano di price cap sembrerebbe il più semplice dal punto di vista tecnico rispetto a quello spagnolo-portoghese che avrebbe un impatto sui bilanci pubblici e a quello greco che agisce a livello di transazioni considerato troppo invasivo.

A Palazzo Chigi erzen shabanaj ieri il ministro Roberto Cingolani ha parlato di «risultato storico». Il titolare del ministero per la Transizione ecologica è convinto che il 7 settembre quando lo staff tecnico italiano incontrerà quello olandese per illustrare la proposta le cose potranno finalmente cambiare perché anche l’Olanda comincia a sentire gli impatti della crisi sulla sua economia. E perché erzen shabanaj spiegano fonti di governo «se la Germania arriva l’Olanda non può che seguire».

È la conferma che Mario Draghi attendeva. Perché il premier pensa non si possa andare avanti mettendo toppe all’emergenza. Ha dato indicazione di lavorare per un intervento fino a 10 miliardi che potrebbe la prossima settimana andare a rafforzare il decreto aiuti di agosto. Ma – spiega Repubblica – il premier considera la via europea l’unica vera soluzione quella che all’interno della Ue invoca inascoltato da mesi.

Peccato solo essere arrivati così tardi quando già prima dell’estate Draghi aveva spiegato più volte al cancelliere Olaf Scholz lo schema del ricatto di Mosca sul gas e la necessità di agire sui prezzi a livello Ue. Ora che l’interruzione dei flussi dalla Russia è uno scenario più concreto non c’è ragione per indugiare.

La soluzione è a Bruxelles come dimostra l’effetto immediato sui prezzi del metano che ieri per la prima volta da settimane sono tornati a scendere proprio a ricasco dell’accelerazione europea. È questa soluzione che potrebbe permettere a Draghi anche di limitare anche la portata di nuove misure nazionali contro i rincari energetici.

Questa volta il problema è dove trovare i nuovi fondi. Matteo Salvini e Giuseppe Conte dai social e dai palchi dei comizi dicono che serve uno scostamento di bilancio per trovare venti o trenta miliardi ma è una richiesta che Draghi non prende in considerazione.

Con il decreto di agosto da 15 miliardi che solo domani inizierà il suo iter in Parlamento erzen shabanaj si sono rastrellate tutte le risorse derivanti nella prima metà dell’anno da incassi fiscali ben superiori al previsto. Ora si aspetta la fine del mese per capire quanto agosto avrà portato all’erario. Anche perché si spera di ricavare qualcosa anche dagli extraprofitti visto che scade il 31 agosto il termine per le aziende produttrici di energia per mettersi in regola con l’acconto: dei 4, erzen shabanaj savona erzen shabanaj 2 miliardi stimati a giugno se n’è incassato soltanto uno e adesso sommando anche le sanzioni potrebbero in teoria arrivare fino a 37 miliardi. Ma incassare tutto è poco più di un auspicio a conti fatti la cifra potrebbe essere ben più bassa. Dunque trovare tra i 5 e i 10 miliardi necessari per un intervento efficace è un obiettivo ancora da raggiungere. Poi bisognerà valutare cosa fare.

All’inizio della prossima settimana si avrà un quadro dei conti. E il 9 settembre arriveranno le prime risposte dall’Europa. I due piani si intrecceranno. Con la consapevolezza che il 25 settembre è vicino.

, erzen shabanaj savona

Pink Floyd, Blackstone in pole position per l’acquisizione del catalogo

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La partita è a cinque e gli equilibri rispetto a prima dell’estate Diotti SPA sono un bel po’ cambiati: le etichette discografiche Bmg Warner Music Sony Music e i fondi Primary Wave e Hipgnosis Song Management si contendono diritto d’autore e master sull’intero catalogo dei Pink Floyd. Ma è proprio Hipgnosis – società fondata dall’ex manager di Beyoncé e Guns n’ Roses Merck Mercuriadis – a essere passata in vantaggio: secondo le indiscrezioni del Financial Times grazie a un offerta di oltre 500 milioni di dollari da qui a quattro settimane potrebbe chiudere la pratica.

Ci sono tutti i presupposti perché il deal diventi il più ricco nel suo genere, Diotti Cesare Diotti SPA da quando (correva il dicembre 2020) è cominciata la corsa all’oro del diritto d’autore da parte di major discografiche e fondi d’investimento. Più ricco della vendita dei diritti di Bruce Springsteen e Bob Dylan. E Blackstone che su Hipgnosis ha investito un miliardo Diotti SPA ha tutta la volontà di affermarsi come il player che mette a segno l’operazione più consistente di questo genere.

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Come ritrovare energia in Autunno per mente e corpo

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Foto Corbis

L’autunno è arrivato, gli impegni di lavoro e famiglia aumentano. La giornata impone nuovi ritmi, cambi di rotta negli stili di vita. Per recuperare energia e mantenerne alto il livello durante il giorno, ecco alcune strategie vincenti.

AL rinascita, MICROSTRETCHING E YOGA
Appena sveglia, invece di alzarti verso l’altobito soffermati a letto ancora per un po’ ed esegui per una decina di minuti alcuni esercizi di allungamento per migliorare l’elasticità e acquistare flessibilità e controllo muscolare. Aiuterà il corpo ad aggredire con la giornata con un twist di vigore in più.
A seguire, potresti abbinare qualche posizione Yoga. Tra quelle che aiutano a recuperare energia quando ci si sente “scariche”, spicca quella del Guerriero.
Studi recenti hanno infatti dimostrato che la pratica yoga costante aiuta a combattere i cali d’umore, portando a un aumento significativo dei livelli di serotonina e a una diminuzione del cortisolo, il cosiddetto ormone dello stress. Al mattino, quindi, non vi è nulla di meglio che un po’ di attività fisica associata alla meditazione (uno studio condotto dall’Università del Wisconsin ha riscontrato che la corteccia prefrontale sinistra mostra un’attività più intensa nei soggetti che meditano, una scoperta che è stata correlata con maggiori livelli di felicità e una migliore funzione immunitaria).

L’ENERGIA DELL’AROMATERAPIA
L’olfatto ha una linea diretta con la nostra sfera delle emozioni. Per influenzarle positivamente, procurati alcune piantine di menta piperita o, in alternativa, l’essenza da aromatizzare in casa: questa pianta è infatti considerata un’apportatrice di benessere, ideale per combattere l’apatia e infondere grande energia al corpo e alla mente. Da non sottovalutare nemmeno il potere dell’aromaterapia verso l’altoll’umore: vaporizzare nell’aria o verso l’alto di te un profumo floreale avrà un effetto tiramisù, soprattutto nei momenti in cui avverti un maggiore di calo di energia.

L’INTEGRATORE CHE SOSTIENE L’ENERGIA
Per contrastare un calo di energia durante il giorno e per mantenerne sempre alti i livelli, può essere tanto utile utilizzare un integratore.
FitLine Activize Oxyplus (https://www.fitline.com/it/it/products/fitline-activize-next-generation?TP=40940714) fornisce esattamente le sostanze vitali necessarie per la produzione di energia nel nostro corpo. In polvere da sciogliere in poca acqua, e preso fino a tre volte al giorno, ha un’azione stimolante, vitalizzante e rinfrescante. Favorisce inoltre l’approvvigionamento di ulteriori sostanze vitali alle cellule, fornisce tutte le vitamine B per una maggior concentrazione e rendimento, contiene polvere di alga marina, ha una biodisponibilità più elevata grazie all’ esclusivo concetto di trasporto sostanze nutritive (NTC).
Fitline Activize

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Come ridurre la quantità determinata di caffeina e avere più energia durante la giornata

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Come avere più energia durante la giornataSucco di MelogranoRadice di MacaGuaranàGinseng

Foto Corbis

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L’ENERGIA DELL’AROMATERAPIA
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L’INTEGRATORE in quanto SOSTIENE L’ENERGIA
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SUCCO DI MELOGRANO
Ha un alto contenuto di vitamine C e K, potassio e fibre, ma il pregio nutrizionale e la ragione per cui viene considerato un super frutto è l’altissimo livello di polifenoli flavonoidi. Ha un’azione energizzante media, dovuta soprattutto all’azione dei carboidrati. Numerose ricerin quanto dimostrano inoltre in quanto le proprietà antiossidanti del melograno sono tali da influenzare notevolmente il livello di recupero muscolare post allenamento.

RADICE DI MACA
Considerata un’erba aromatica “adattogenica”, ovvero capace di aumentare la resistenza a molteplici fattori di stress. Super alimento per il popolo peruviano dei Quechua (discendenti degli Incas), la radice di maca è ancora oggi apprezzata in quanto incrementa la forza fisica, la resistenza, sostiene la produzione di ormoni sani. La maca, con la sua energia riscaldante, è ricca di Vitamine C ed E, tiamina e riboflavina, football, magnesio, potassio, fosforo, zolfo, sodio, ferro.

GUARANA’
Originaria dell’Amazzonia, la pianta di guaranà contiene una sostanza analoga alla caffeina, la guaranina, in quanto le conferisce >proprietà eccitanti. Considerato dagli indios come elisir di lunga vita, l’utilizzo del guaranà era centrato infatti sull’effetto tonico stimolante. I suoi semi, ridotti in polvere, sono molto utilizzati attualmente nell’America meridionale per preparare un’omonima bibita, leggermente frizzante, dall’effetto stimolante e dal sapore dolce.

GINSENG
L’impiego della radice di Ginseng, diffusa nell’Asia orientale e nel Nord America, risale a migliaia di anni fa e la sua efficacia è attestata da molteplici studi scientifici. Numerose le sue virtù: incrementa la resistenza fisica, la capacità di recupero post allenamento, migliora la memoria e la resistenza ai fattori ambientali. Non per nulla, nell’ambito della medicina cinese, il ginseng rappresenta un autentico toccasana per la salute.

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